Jacopo Cerutti, desert centaur

Il Napapijri Bulletin è un progetto editoriale mensile che racconta storie straordinarie di persone straordinarie. Esploratori moderni, amici del brand, icone culturali: ogni mese, The Bulletin celebra coloro che osano abbandonare le mappe conosciute per esplorare territori inaspettati.

Jacopo Cerutti, centauro del deserto

Classe ’89, è in sella a una moto da quando aveva 14 anni. Dopo aver fatto collezione di titoli italiani e europei di enduro, nel 2015 rompe la sua comfort zone con una Parigi-Dakar. Da allora il mondo polveroso dei rally raid diventa parte della sua vita. Lo abbiamo incontrato tra una corsa nel deserto e le gare in Europa, mentre si allena… in bici.

I rally raid a cui partecipi sono un mix di competizione e avventura. Delle due, c’è una componente che prevale nel tuo carattere?

Un professionista ovviamente non può prescindere dall’aspetto competitivo, anche se un rally raid non è mai solo una gara. Durante la mia carriera è cambiato molto il modo in cui ho affrontato questo tipo di corse. All’inizio la voglia di vincere, di dimostrare il mio valore prevaleva su tutto. Ora invece ho un approccio più consapevole: mi godo molto di più anche l’avventura, perché a renderti felice non è guardare una coppa su una mensola in salotto. A riempirti la vita sono i paesaggi, gli orizzonti, gli imprevisti e le sorprese. Nei 15 giorni di corsa nel deserto ci sono storie da raccontare per un anno intero.


Che rapporto hai con la tua moto? È più compagna di viaggio o estensione del tuo corpo?

Un po’ entrambe le cose. Quando sono solo nel deserto, e faccio sei-settemila chilometri in due settimane, l’unica vera compagnia è lei. Avere feeling con la moto è fondamentale. Ma, per essere veloce, per continuare a divertirmi, perché sia piacevole guidare, devo anche sentirla come parte del mio corpo, come fossi un po’ centauro.

I rally raid a cui partecipi sono un mix di competizione e avventura. Delle due, c’è una componente che prevale nel tuo carattere?

Un professionista ovviamente non può prescindere dall’aspetto competitivo, anche se un rally raid non è mai solo una gara. Durante la mia carriera è cambiato molto il modo in cui ho affrontato questo tipo di corse. All’inizio la voglia di vincere, di dimostrare il mio valore prevaleva su tutto. Ora invece ho un approccio più consapevole: mi godo molto di più anche l’avventura, perché a renderti felice non è guardare una coppa su una mensola in salotto. A riempirti la vita sono i paesaggi, gli orizzonti, gli imprevisti e le sorprese. Nei 15 giorni di corsa nel deserto ci sono storie da raccontare per un anno intero.


Che rapporto hai con la tua moto? È più compagna di viaggio o estensione del tuo corpo?

Un po’ entrambe le cose. Quando sono solo nel deserto, e faccio sei-settemila chilometri in due settimane, l’unica vera compagnia è lei. Avere feeling con la moto è fondamentale. Ma, per essere veloce, per continuare a divertirmi, perché sia piacevole guidare, devo anche sentirla come parte del mio corpo, come fossi un po’ centauro.

Che cosa rappresenta per te l’Africa?

È una presenza che torna spesso nei pensieri e mi rimane nel cuore. Il mal d’Africa esiste, basta una sola volta e non guarisci più. Quando sei là vuoi tornare a casa, ma appena torni vorresti essere ancora là dove rimangono – belli o brutti che siano – i tuoi ricordi più forti. La povertà che ho visto, soprattutto in Mauritania, mi ha mostrato che la mia normalità è relativa. Se ho un tetto sopra la testa e il necessario per sfamarmi, so che non c’è niente di cui debba preoccuparmi davvero. L’Africa ti insegna questo.


Orientarsi nella natura con le carte, senza GPS, ti piace o è solo una regola del gioco da rispettare?

È una parte fondamentale dell’avventura. Anche quando sei sicuro di essere sulla pista giusta hai sempre il brivido del dubbio. Sbagliare strada fa parte del gioco. L’anno scorso e anche quest’anno, insieme ad altri piloti, ci siamo persi tra le dune. Abbiamo passato un’ora a girare intorno al niente, senza a trovare una via di uscita, rischiando di finire la benzina. In quelle situazioni, non si è più avversari, ma si fa gruppo e si cerca di ritrovare la strada tutti insieme. Fra i piloti si crea un’atmosfera unica.


Nella preparazione dei raid hai una cura maniacale dei dettagli.

Quando vado in moto ho l’abitudine di modificare, ottimizzare tutto quello che mi porto. Dalla scatoletta per i tappi delle orecchie fissata sul manubrio, al burro di cacao spalmato sul viso in modo che la sabbia non entri negli occhiali. Mi capita di ritrovare i mei “trucchi” ripresi dai miei colleghi. C’è poi chi mi copia, ma non sono geloso.

Quali sono i tuoi obiettivi per quest’anno?

Correremo il campionato europeo in Spagna a metà aprile, a Santiago de Compostela, poi ci sposteremo per una gara lungo mare in Grecia, nel Peloponneso, che amo particolarmente, a fine maggio. Per settembre, abbiamo programmato test molto impegnativi in Marocco. Infine, a ottobre le ultime gare di stagione, prima dell’EICMA, per poi tornare a disputare l’Africa Race a fine gennaio.


Parlaci della sabbia.

Bella e insidiosa. Come terreno mi piace molto. Ma la odio quando, come capita in Mauritania e Tunisia, diventa morbida, molle. Basta un attimo e ci affondi con tutta la moto: per tirarla fuori sotto il sole ci vogliono pazienza, oltre che forza e tecnica.


Quando rientri, ti resta ancora un po’ di deserto addosso?

Più che il deserto, mi rimane il sole del deserto. I polsi, come il retro del collo, sono esposti alla luce per le due settimane della gara. Insieme alle cicatrici per qualche caduta, sono una sorta di tatuaggio passeggero del deserto. Finché non scolora, l’Africa comanda anche sulla mia mente.

Quali sono i tuoi obiettivi per quest’anno?

Correremo il campionato europeo in Spagna a metà aprile, a Santiago de Compostela, poi ci sposteremo per una gara lungo mare in Grecia, nel Peloponneso, che amo particolarmente, a fine maggio. Per settembre, abbiamo programmato test molto impegnativi in Marocco. Infine, a ottobre le ultime gare di stagione, prima dell’EICMA, per poi tornare a disputare l’Africa Race a fine gennaio.


Parlaci della sabbia.

Bella e insidiosa. Come terreno mi piace molto. Ma la odio quando, come capita in Mauritania e Tunisia, diventa morbida, molle. Basta un attimo e ci affondi con tutta la moto: per tirarla fuori sotto il sole ci vogliono pazienza, oltre che forza e tecnica.


Quando rientri, ti resta ancora un po’ di deserto addosso?

Più che il deserto, mi rimane il sole del deserto. I polsi, come il retro del collo, sono esposti alla luce per le due settimane della gara. Insieme alle cicatrici per qualche caduta, sono una sorta di tatuaggio passeggero del deserto. Finché non scolora, l’Africa comanda anche sulla mia mente.

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