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Apneista, atleta e campione. Antonio è nato nel 1997 in Salento, una terra quasi circondata dal mare. Spronato dal padre e dal nonno scopre presto la profondità. Fin da subito vive l’apnea con curiosità e non come sfida, un approccio che conserva anche quando iniziano ad arrivare medaglie e record. Immergersi, allenarsi e gareggiare nei luoghi più belli del mondo gli regalano esperienze e una consapevolezza che pochi altri atleti dimostrano alla sua età.Sentirlo raccontare del suo e del nostro rapporto con il mondo sommerso è qualcosa che vorresti non finisse mai.
Che cosa ti ha attratto della profondità?
Mi ha stregato fin da piccolo. Ad affascinarmi non era solo il mare, sotto la superficie c’erano il silenzio, la lentezza, quel momento in cui tutto si ferma. Nella profondità ho trovato un senso di pace che non avevo mai provato altrove.
Si dice che per un apneista ogni tuffo in mare sia prima di tutto un tuffo dentro sé stessi, è così?
Ogni immersione è un confronto diretto con ciò che sei in quel momento, senza maschere. In profondità sei solo con te stesso. L’universo liquido ti costringe a confrontarti con chi sei, non solo con chi vorresti essere.
E che rapporto hai con il mondo sottomarino che spesso riserva incontri inaspettati?
Rispetto e sorpresa. Non vado mai in mare aspettandomi qualcosa, ma ogni volta torno arricchito da un incontro: un pesce o un microrganismo mai visto, un relitto nascosto, la danza della luce sulla sabbia. Sotto non sei il padrone di casa e non puoi controllare tutto: questo ti insegna l’arte dell’accettazione.
Che cosa ti ha attratto della profondità?
Mi ha stregato fin da piccolo. Ad affascinarmi non era solo il mare, sotto la superficie c’erano il silenzio, la lentezza, quel momento in cui tutto si ferma. Nella profondità ho trovato un senso di pace che non avevo mai provato altrove.
Si dice che per un apneista ogni tuffo in mare sia prima di tutto un tuffo dentro sé stessi, è così?
Ogni immersione è un confronto diretto con ciò che sei in quel momento, senza maschere. In profondità sei solo con te stesso. L’universo liquido ti costringe a confrontarti con chi sei, non solo con chi vorresti essere.
E che rapporto hai con il mondo sottomarino che spesso riserva incontri inaspettati?
Rispetto e sorpresa. Non vado mai in mare aspettandomi qualcosa, ma ogni volta torno arricchito da un incontro: un pesce o un microrganismo mai visto, un relitto nascosto, la danza della luce sulla sabbia. Sotto non sei il padrone di casa e non puoi controllare tutto: questo ti insegna l’arte dell’accettazione.
L’apnea ti fa vivere in modo diverso anche fuori dall’acqua, nella natura in terraferma?
L’apnea ti cambia Il ritmo della vita, Impari a rallentare, a fare spazio, a togliere il superfluo. Questa lentezza ti rimane addosso, ti accorgi di dettagli altrimenti invisibili. Vivi a un altro livello di sensibilità e connessione con la natura e i suoi processi. Tutto è più intenso: i suoni del bosco, il vento su una foglia come anche le persone intorno a te e i loro comportamenti.
Hai il tuo luogo del cuore dove immergerti?
Non è sempre lo stesso. Sento di essere nel posto giusto ogni volta che ho l’impressione che il mare mi ascolti. Può succedere nel fondale profondo davanti a casa mia in Calabria o in Salento. Non conta la profondità, ma quella connessione invisibile che stabilisco con l’acqua quel giorno.
Hai la percezione che il mare sia un ecosistema minacciato? A livello individuale c’è secondo te un comportamento che dovremmo adottare tutti?
Ogni anno mi accorgo di cambiamenti lenti ma visibili. Il mare sta chiedendo più attenzione e meno rumore. Credo che ciascuno di noi possa fare la sua parte: non lasciare tracce, consumare meno, ma soprattutto tornare a guardare all’oceano con rispetto, come un mondo che ci accoglie, ma non ci appartiene.
Del mare, quale cosa racconteresti per prima a un bambino?
Gli direi che è come una voce antica che ti racconta storie senza parlare. E che per capirle, devi imparare ad ascoltare con tutto il corpo, non solo con le orecchie. È un mondo che ti insegna a essere curioso, ma anche gentile.
Hai la percezione che il mare sia un ecosistema minacciato? A livello individuale c’è secondo te un comportamento che dovremmo adottare tutti?
Ogni anno mi accorgo di cambiamenti lenti ma visibili. Il mare sta chiedendo più attenzione e meno rumore. Credo che ciascuno di noi possa fare la sua parte: non lasciare tracce, consumare meno, ma soprattutto tornare a guardare all’oceano con rispetto, come un mondo che ci accoglie, ma non ci appartiene.
Del mare, quale cosa racconteresti per prima a un bambino?
Gli direi che è come una voce antica che ti racconta storie senza parlare. E che per capirle, devi imparare ad ascoltare con tutto il corpo, non solo con le orecchie. È un mondo che ti insegna a essere curioso, ma anche gentile.
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